Le giornate di studio "Democrazia ed economia: la lezione di Federico Caffè", che si terranno l’8 e il 9 maggio 2026 presso l’Università Cattolica di Milano (Aula G.127 Pio XI), nascono dall'esigenza di riportare al centro del dibattito il magistero civile di uno dei più influenti economisti italiani del Novecento. In un’epoca di trasformazioni radicali, l’eredità di Caffè funge da bussola per indagare come i valori democratici possano ancora governare le forze del mercato, della finanza e dell'innovazione.
Il nostro portale cross-mediale, impegnato nell'approfondimento dei grandi temi di cultura economica del nostro tempo, ha incontrato l'economista Enrico D’Elia (nella foto in basso), allievo di Caffè, tra gli animatori e promotori delle giornate.
EU/ENG (abstract) - The study days "Democracy and Economy: Federico Caffè’s Lesson," held at Milan’s Catholic University on May 8-9, 2026, explore the civil legacy of the renowned economist. In this interview, Enrico D’Elia discusses how Caffè’s "moral science" approach guides democratic oversight of tech and finance. He addresses AI risks, the need for redistributing productivity gains via universal income, and urges Europe to invest in public tech platforms to safeguard justice and human dignity.

Dottor D’Elia, benvenuto. Le giornate di studio in Università Cattolica sono esplicitamente dedicate alla lezione di Federico Caffè. Considerando la sua partecipazione alla sessione su tecnologia e democrazia, e guardando all'impegno del Gruppo Federico Caffè nel promuovere un'economia legata alla giustizia sociale, come nascono queste giornate di studi e in che modo la lezione di Caffè ha guidato la scelta di declinare il tema della democrazia attraverso ambiti così diversi come la tecnologia, la finanza e le disuguaglianze?
Questo è il 14° incontro del Gruppo Caffè ed il secondo dedicato esplicitamente al tema della democrazia, dopo quello tenuto l’anno scorso presso l’Università di Napoli. Caffè insisteva molto sul considerare l’economia e la politica economica delle scienze morali, impossibili da separare da un sistema di valori fondanti. La democrazia è certamente uno di questi, e non è affatto una scelta scontata. E’ possibile far funzionare l’economia e la società sotto regimi autoritari, che prevedono addirittura forme di schiavitù. E talvolta, in termini strettamente di efficienza, i risultati possono essere anche apprezzabili. Quindi è importante incorporare nella teoria e nella pratica economica elementi di democrazia sostanziale e non solo formale, come nel caso di paesi che prevedono semplicemente elezioni periodiche più o meno regolari. Caffè ha sempre invitato ad analizzare i mutamenti sociali, tecnologici ed economici attraverso la lente degli effetti su fattori inscindibili dalla democrazia, come i rapporti di forza tra le parti sociali, le disuguaglianze, la povertà, ecc. Quindi ci è parso naturale affrontare anche temi come la tecnologia e la finanza alla luce dei rapporti con le istituzioni democratiche.
Il Gruppo Federico Caffè ha spesso denunciato come le asimmetrie informative e di potere contrattuale siano il principale ostacolo a una reale democrazia economica. Oggi la tecnologia sembra aver alzato la posta: non si tratta più solo di accesso ai dati, ma di capacità di processarli. In che modo ritiene che la digitalizzazione possa essere governata per evitare che diventi una nuova 'barriera all'entrata' cognitiva, e quali strumenti di policy suggerirebbe per garantire che l'innovazione non eroda la sovranità decisionale dei cittadini?
Il problema è molto serio e meriterebbe di essere portato al centro del dibattito politico. Già agli albori dell’automazione, nel 1968, Caffè scriveva che “sebbene la tecnologia sia fatta dall'uomo, essa ora pone in forse la capacità dell'uomo di mantenere il potere di programmare, dirigere e controllare il proprio futuro, con l'esercizio continuo della libertà di scelta che è una delle caratteristiche distintive della natura umana.” Tecnologie come l’intelligenza artificiale hanno amplificato questi rischi, perché consentono di raccogliere e processare una mole di informazioni impensabile per qualsiasi mente umana e di utilizzarle anche ai fini della manipolazione dell’opinione pubblica e del controllo sociale. Chi crea e governa le applicazioni dell’intelligenza artificiale dispone dunque di un potere smisurato, che va necessariamente regolato. L’alternativa a rassegnarsi ai modelli tecnocratici propugnati esplicitamente dalle cosiddette tecnodestre. L’Europa, con l’AI Act del 2024, ha già messo in campo alcuni strumenti per il controllo delle applicazioni della AI, che vanno dalla assoluta libertà per le applicazioni meno pericolose (come i programmi di traduzione e i videogiochi), fino al divieto di impiegare la AI in campi come il controllo sociale e la manipolazione dell’opinione pubblica. Purtroppo si deve riconoscere che l’irrogazione di eventuali sanzioni segue i tempi della giustizia umana e non quelli infinitesimali della AI. Personalmente ritengo che, per evitare i rischi della AI, software e piattaforme debbano diventare un bene comune gestito collettivamente, come l’ambiente, la scienza di base e lo spazio. Tuttavia credo che questa sia una utopia che perfino Caffè avrebbe considerato troppo audace.
Un pilastro del pensiero di Caffè è la necessità che l'economia sia al servizio del benessere collettivo. L'attuale accelerazione tecnologica rischia però di polarizzare ulteriormente il mercato del lavoro. Come possiamo declinare oggi questa lezione per far sì che i guadagni di produttività generati dalle nuove tecnologie non restino concentrati nelle mani di pochi player dominanti, ma vengano redistribuiti in modo da sostenere il welfare e contrastare la precarietà?
Questo è un altro tema molto rilevante, e anch’esso sembra troppo trascurato nel dibattito pubblico. Per la prima volta nella storia una tecnologia permette di realizzare macchine che riescono ad utilizzare il linguaggio naturale ed imitare (se non superare) la capacità umana di apprendere dall’esperienza e trovare autonomamente soluzioni a problemi complessi. In pratica la AI potrebbe dunque sostituire e rendere superflue la maggior parte delle attività lavorative che noi conosciamo. In passato il progresso tecnologico, dopo una fase iniziale di aggiustamento, ha consentito di creare nuova, maggiore e migliore occupazione, ma questa volta potrebbe essere difficile. Le soluzioni, prospettate sin dai tempi di Keynes, sono una drastica riduzione dei tempi di lavoro a parità di retribuzione l’erogazione di un reddito universale garantisca a tutti un livello di vita accettabile e, soprattutto, sostenga la domanda dei beni e servizi che la AI consente di produrre utilizzando pochissime risorse umane. Infatti il vero problema di una economia basata sulla AI è che i robot possono fare di tutto ma non consumare ed investire. Per questo molti esponenti della tecnodestra, come Musk e Altman sembrano favorevoli ad un reddito universale che redistribuisca i guadagni di produttività.
Federico Caffè invitava a non rassegnarsi alla 'futilità dei tentativi' di governare l'economia. Oggi la tecnologia introduce un'incertezza radicale che sembra sfuggire a ogni pianificazione. In che modo le istituzioni democratiche possono recuperare una visione di lungo periodo senza soccombere alla 'dittatura dell'istante' imposta dal digitale? Quale ruolo assegna alla politica economica nel costruire un'infrastruttura tecnologica compatibile con i valori di giustizia e dignità umana?
Caffè insegnava che l’esito di qualsiasi evento dipende dalle politiche di accompagnamento o di contrasto. Per utilizzare uno slogan, che probabilmente gli avrebbe fatto orrore per la sua semplificazione, era contro l’approccio TINA (there is no alternative) e favorevole ad uno TAMPA (there are many political alternatives). Oggi queste tesi appaiono irrealistiche ed ingenue, assolutamente incompatibili con i tempi ed i modi della politica. Eppure, come diceva Caffè, "l’utopia non è altro che l'affermazione di una civiltà possibile contro le strettoie del presente". Non sono ottimista sulla capacità delle attuali classi dirigenti di avere una visione di lungo periodo, ma proprio gli shock geopolitici ed economici che ci stanno colpendo potrebbero favorire la formazione di un nuovo ceto politico più consapevole e maturo, come quello che ha creato le istituzioni democratiche dopo la seconda guerra mondiale. Nel concreto, credo che l’Europa debba investire massicciamente per avere piattaforme tecnologiche proprietarie a disposizione di tutti i cittadini, per non sottostare all’egemonia cinese e americana e creare applicazioni ispirate a valori “europei” come la democrazia, la privacy, la solidarietà e l’uguaglianza. Si può fare.
Intervista a cura di Antonio De Chiara @euroeconomie.it*
*Questa intervista non è un articolo giornalistico - This interview is not a journalistic article
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