EU/ENG - «Labor is not a commodity, yet much of contemporary economic thought persists in treating it as such.» With this realization, charged with ethical and civic tension, Laura Pennacchi opens her essay An Unusual but Necessary Philosophical Reflection: Labor between “Theoretical Obscuration” and “Political Invisibility”, published in the first 2024 issue of the Rivista delle Politiche Sociali. Pennacchi, an intellectual with an extensive and distinguished cursus honorum in Italian public life, presents an analysis that fuses the rigor of an economist with the profound insight of a philosopher, elevating labor to the cornerstone of citizenship and restoring its status as an indispensable pillar of social existence. Long committed to a project of structural critique regarding the role and function of labor in contemporary societies, the author elucidates the causes and impacts of a stark paradox: even as our lives are profoundly disrupted by structural shifts in production, labor has progressively vanished from the center of political reflection. Pennacchi identifies this «theoretical obscuration» of the last thirty years as the root cause of the current condition of work, executing an authentic critical archaeology that digs through the «rubble of neoliberal dogma» to unearth the ontological substance of human activity.
This obscuration is compounded by the persistence of the myth of a «jobless society»—a fallacious prophecy that, from Rifkin onwards, has contaminated progressive debate, steering it toward welfare-based approaches devoid of a genuine transformative perspective. The author denounces neoliberalism not as an inevitable fate, but as a specific, historically determined form of capitalism, predicated on processes of commodification, financialization, and denormativization. To overcome this impasse, Pennacchi proposes a paradigm shift, moving the critical horizon beyond the mere redistributive implications—where mainstream literature, from Piketty to Trigilia, typically concentrates—toward the «allocative» and structural problems of the productive apparatus. It is here that the necessity for a philosophy of labor emerges, one capable of finally engaging with its material foundations by recovering Tony Atkinson’s lesson on how «social norms» and «recognition» influence even the upper echelons of the wage scale.
Through a rigorous engagement with the theories of Axel Honneth, Rahel Jaeggi, and the thought of Simone Weil, the author asserts the necessity of conceiving rights of freedom not as obstacles to property, but as fundamental prerequisites for social freedoms. Pennacchi forcefully contests the elitist Arendtian conception that separates homo faber from homo politicus, instead invoking the «triple centrality of labor»—anthropological, ethical, and economic—that underpins post-WWII constitutions. In this framework, the Italian Constitution is not a relic, but an axiological hierarchy that places «human dignity»—the epicenter of the labor-person relationship—at the apex of all economic initiative, rendering Article 1 a constant warning against the commodification of the subject.
The essay thus configures itself as an act of intellectual resistance that transforms the aporias of the contemporary market into open challenges. Invoking the epic quality of labor immortalized by her brother Antonio, the author reminds us that work is the creation of novum, a subjectivizing activity that mobilizes passions, affectivity, and ingenuity, rescuing it from the «phantasmal existence» to which contemporary philosophy too often confines it. In a landscape where the market appears as a natural force before which the subject is helpless, Laura Pennacchi admonishes that politics must return to being the site where the meaning of labor is decided. By reiterating that every worker is a «bearer of dignity and not merely a price,» the author restores to labor its nature as an inalienable pillar of social being, making emancipation an achievable goal once more, provided we rediscover that «creative restlessness» which, from the origins of humanism to the demands of the present, continues to fuel the desire for transformation.
Social Unit / Cultural Desk @euroeconomie.it*
*This text is a think tank note and is not a journalistic article

EU/ITA - «Il lavoro non è una merce, eppure gran parte della riflessione economica contemporanea si ostina a trattarlo come tale». Si apre con questa consapevolezza, carica di tensione etica e civile, il saggio Una riflessione filosofica inconsueta ma necessaria: il lavoro tra «oscuramento teorico» e «invisibilità politica», apparso nella rubrica «chiavi di lettura» del primo numero del 2024 della Rivista delle Politiche Sociali. Laura Pennacchi, intellettuale con un lungo e prestigioso cursus honorum nella vita pubblica italiana, firma un’analisi che coniuga il rigore dell'economista con la profondità del filosofo, elevando il lavoro a perno della cittadinanza e restituendogli il valore di pilastro insopprimibile dell'essere sociale. Da tempo impegnata in un percoso di critica strutturale di ruolo e funzione del lavoro nelle società contemporanee, l'autrice esplica cause ed impatto di un paradosso stridente: mentre le nostre vite sono stravolte dai cambiamenti strutturali della produzione, il lavoro è progressivamente svanito dal centro della riflessione politica. Pennacchi identifica in questo «oscuramento teorico» degli ultimi trent’anni la causa profonda della condizione in cui versa oggi il lavoro, compiendo un’autentica archeologia critica che scava tra le «macerie del dogma neoliberista» per disseppellire la sostanza ontologica del fare umano.
A questo oscuramento si aggiunge la persistenza del mito della «fine del lavoro» — una profezia fallace, da Rifkin in poi, che ha inquinato anche il dibattito progressista italiano, condizionando visioni spesso orientate al solo assistenzialismo e prive di una prospettiva trasformativa. L'autrice denuncia come il neoliberismo non sia un destino ineluttabile, bensì una forma specifica e storicamente determinata di capitalismo, basata su commodification, finanziarizzazione e denormativizzazione. Per uscire da questo vicolo cieco, Pennacchi propone un cambio di paradigma che sposti la critica dalle mere implicazioni redistributive — su cui si concentra la letteratura prevalente, da Piketty a Trigilia — verso le problematiche «allocative» e strutturali dell’assetto produttivo. È qui che emerge la necessità di una filosofia del lavoro che sappia finalmente fare i conti con la propria base materiale, recuperando la lezione di Tony Atkinson sull'influenza che le «norme sociali» e il «riconoscimento» esercitano anche sulle fasce apicali della scala retributiva.
Attraverso un serrato confronto con le teorie di Axel Honneth, Rahel Jaeggi e il pensiero di Simone Weil, l'autrice rivendica la necessità di pensare i diritti di libertà non come ostacoli, ma come premesse fondamentali delle libertà sociali. Pennacchi contrasta con forza l'elitaria concezione arendtiana che scinde l'homo faber dall'homo politicus, richiamando invece la «triplice centralità del lavoro» — antropologica, etica ed economica — che innerva le Costituzioni del secondo dopoguerra. In questo quadro, la Carta costituzionale italiana non è un reperto, ma una gerarchia assiologica che pone la «dignità umana» al vertice di ogni iniziativa economica, rendendo l’articolo 1 un monito costante contro la concezione mercificata dell'uomo.
Il saggio si configura, dunque, come un atto di resistenza intellettuale che trasforma le aporie del mercato contemporaneo in sfide aperte. Citando l'epica del lavoro immortalata dal fratello Antonio, l'autrice ci ricorda che il lavoro è creazione di ciò che è nuovo, un'attività soggettivizzante che mobilita passioni, affettività e ingegno, sottraendolo all'«esistenza fantomatica» in cui la filosofia contemporanea troppo spesso lo confina. In un panorama in cui il mercato appare come una forza naturale di fronte alla quale il soggetto è inerme, Laura Pennacchi ci ammonisce che la politica deve tornare a essere il luogo dove si decide il senso del lavoro. Ribadendo che ogni lavoratore è «titolare di una dignità e non solo di un prezzo», l'autrice riconsegna al lavoro la sua natura di pilastro insopprimibile dell'essere sociale, rendendo così l'emancipazione un obiettivo di nuovo perseguibile, a patto di riscoprire quella «inquietudine creatrice» che, dalle origini dell'umanesimo fino ad oggi, continua ad alimentare il desiderio di trasformazione della realtà.
Social Unit / Cultural Desk @euroeconomie.it*
*This text is a think tank note and is not a journalistic article - Questo testo è una nota del think tank e non è un articolo giornalistico
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