EU/ENG - The US military intervention in Caracas on Saturday, January 3, marked 2026 as a year ushered in by a major geopolitical event. And given the importance of Venezuela's energy resources, the impact is also geoeconomic, as Venezuela has approximately 17% of global oil reserves (See map below), surpassing countries like Saudi Arabia and Russia. Oil production has been severely impacted by years of economic crisis and international sanctions, particularly from the United States itself. Significantly, Donald Trump has unscrupulously linked US control of Venezuela's oil resources to the military expedition and an unspecified political transition, with the forced transfer of President Maduro to the United States.
These events are fully part of a redefinition of the perimeter of US hegemonic political and geoenergetic influence that begins precisely in Latin America.
The reaction of EU leaders and European capitals to the Venezuela operation.
European Commission President Ursula von der Leyen reiterated her support for "a peaceful and democratic transition," in accordance with the UN Charter. European Council President Costa called for "de-escalation and a resolution based on the framework of international law," reiterating that "the EU will continue to support a peaceful, democratic, and inclusive solution in Venezuela."
High Representative Kaja Kallas called for "restraint and respect for international law" after a meeting with US Secretary of State Marco Rubio.
EU leaders are de facto aligned with the United Nations, with Secretary-General António Guterres expressing strong concern and calling on all parties to engage in an "inclusive dialogue" in compliance with human rights and the rule of law.
Across Europe, caution prevails in Germany and Italy. Germany has expressed "grave concern" about the situation still being unclear, while Italy is closely monitoring the crisis.
France, Great Britain, and Spain have been more assertive. From Paris, Macron denounced a military operation that "contravenes the principle of non-recourse to force," recalling that "no lasting political solution can be imposed from outside." From London, Starmer emphasized that he did not participate in the operation, reiterating his obligation to respect international law. From Madrid, Sánchez offered his willingness to play a mediation role, calling for de-escalation and dialogue.
The Venezuela case must make the EU reflect on the role it should play in this crucial global geoeconomic dispute.
European reactions to the US raid in Caracas highlight a growing awareness in Europe that recent and upcoming US military initiatives clearly have a purpose that is not openly stated in Trump's rhetoric. The Commission in Brussels persists in its strategy of not venturing into assertive positions on the course of events. And the prudent silence of EU Commissioner for Economic Affairs Dombrovskis on the economic impact of the Venezuela operation demonstrates this.
The use of force, outside the traditional framework of international law and even Congressional procedures, is certainly a direct way Washington is pursuing a neo-hegemonic strategy. In Brussels, it's clear that the US raid in Venezuela also serves as a signal Washington is sending to the BRICS cartel, particularly the most powerful of them, China, not to hinder the White House's new hegemonic course, starting with Latin America. And perhaps also to the EU, which is considering how to consolidate trade relations with Mercosur, as part of an open strategy to diversify its trade after the difficulties of penetrating the US caused by the tariffs imposed by Trump in 2025.
The impression is that in European capitals, the US geoeconomic strategy will have to be interpreted in an essentially anti-China manner. The ongoing dispute over Venezuelan oil demonstrates this. The exponential growth of Venezuelan oil exports to China, endorsed by the Maduro regime and remunerated in Chinese currency, has indeed served to irritate the neo-imperialist administration that took office in Washington in 2025, to the point of convincing it, in defiance of the legitimacy of international law, that it was time to remove Maduro, guilty of circumventing dollar-based monetary transaction regimes—a transgression that the United States has always considered treasonous to its economic projection of global power.
The Venezuela case demonstrates that, given the unscrupulous geoeconomic dynamism of the great powers, 2026 requires a greater strategic awareness in Brussels as well, along with a capacity for cohesion among European economic actors that serves the EU's overall interests.

EU/ITA - L'intervento militare degli Stati Uniti di sabato 3 gennaio a Caracas ha contrassegnato il 2026 come un anno inaugurato da un evento geopolitico di primo livello. E per la rilevanza delle risorse energetiche del Venezuela, l'impatto è anche di tipo geoeconomico, in quanto il Venezuela ha circa il 17% delle riserve di petrolio globali (si veda la cartina sopra), superando paesi come l'Arabia Saudita e la Russia, sebbene la produzione è stata gravemente colpita da anni di crisi economica e sanzioni internazionali, specie statunitensi. Significativamente, Donald Trump ha spregiuticatamente associato un controllo statunitense delle risorse petrolifere del Venezuela, alla spedizione militare del 3 gennaio e ad una non precisata transizione politica con l'avvenuto trasferimento forzoso negli Stati Uniti del presidente Maduro.
Gli eventi si iscrivono a pieno titolo in una ridefinizione del perimetro d'influenza egemonica politica e geoenergetica della potenza statunitense che parte proprio dall'America Latina.
La reazione all'operazione Venezuela di vertici UE e capitali europee.
La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha ribadito il sostegno a “una transizione pacifica e democratica”, nel rispetto della Carta dell’Onu. Il presidente del Consiglio europeo Costa ha chiesto “una de-escalation e una risoluzione basata sul quadro del diritto internazionale” ribadendo che “l'UE continuerà a sostenere una soluzione pacifica, democratica e inclusiva in Venezuela”.
L’Alta rappresentante Kaja Kallas ha chiesto “moderazione e rispetto del diritto internazionale” dopo un colloquio con il segretario di Stato americano Marco Rubio.
I vertici UE sono de facto sulla stessa linea delle Nazioni Unite con il segretario generale António Guterres che ha espresso forte preoccupazione, invitando tutte le parti a un “dialogo inclusivo”, nel rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto.
Nel Vecchio Continente in Germania ed Italia prevale la prudenza. La Germania ha espresso “grande preoccupazione” per una situazione ancora poco chiara, L’Italia segue da vicino l’evolversi della crisi.
Più assertive Francia, Gran Bretagna e Spagna. Da Parigi Macron ha denunciato un’operazione militare che “contravviene al principio di non ricorso alla forza”, ricordando che “nessuna soluzione politica duratura può essere imposta dall’esterno”. Da Londra Starmer ha sottolineato di non aver preso parte all’operazione, ribadendo l’obbligo di rispettare il diritto internazionale. Sanchez ha offerto da Madrid la propria disponibilità a svolgere un ruolo di mediazione, invocando de-escalation e dialogo.
Il caso Venezuela deve far riflettere l'UE sul ruolo da svolgere nella decisiva partita geoeconomica globale
Le reazioni europee rispetto al blitz Usa a Caracas evidenziano che nel Vecchio Continente cresce la consapevolezza che le recenti e prossime iniziative militari degli Stati Uniti hanno evidentemente un fine che non è apertamente dichiarato dalla retorica trumpiana. Persiste la strategia della Commissione a Bruxelles di non avventurarsi con posizioni assertive sul procedere degli eventi. E il silenzio prudente del Commissario all'Economia dell'UE Dombrovskis sull'impatto economico dell'operazione Venezuela, lo dimostra.
L'uso della forza, fuori dal quadro classico di regolazione del diritto internazionale ma anche dei passaggi al Congresso, è sicuramente un modo diretto che Washington sta adottando per perseguire una strategia neoegemonica. A Bruxelles è chiaro che il blitz statunitense in Venezuela ha anche un valore di segnale che Washington ha mandato alle potenze raccolte nel cartello Brics, in particolare alla più potente di esse ovvero la Cina, affinché non intralcino il nuovo corso egemonico della Casa Bianca, a cominciare proprio dall'America Latina. E forse anche all'UE che sta valutando come consolidare le relazioni commerciali con il Mercosur, in aperta strategia di diversificazione dei suoi scambi dopo le difficoltà di penetrazione in Usa causate dai dazi imposti da Trump nel 2025.
L'impressione è che nelle capitali europee si dovrà leggere la strategia geoeconomica statunitense in chiave essenzialmente anti-cinese. Lo dimostra la partita in atto sul petrolio venezuelano. L'esponenziale crescita delle esportazioni di petrolio venezuelano alla Cina avallato dal regime di Maduro, remunerati in moneta cinese, ha infatti contribuito a irritare l'amministrazione neoimperialista insediatasi a Washington nel 2025 al punto da convincerla, in spregio alla legittimità del diritto internazionale, che fosse ora di rimuovere Maduro, reo di aver aggirato i regimi di transazione monetari in dollari, da sempre una trasgressione che gli Stati Uniti ritengono una lesa maestà della propria proiezione economica di potenza planetaria.
Il caso Venezuela dimostra che, alla luce del dinamismo geoeconomico spregiudicato delle grandi potenze, è richiesta nel 2026 la maturazione di una maggiore consapevolezza strategica anche a Bruxelles e una capacità di coesione degli attori economici europei funzionale agli interessi generali dell'UE.
Antonio De Chiara @euroeconomie.it*
* This contribution is not a journalistic article but an analytical brief - Questo contributo non è un articolo giornalistico ma un brief analitico
.png)


